Si chiama “Fixblessing” ed è un salsicciotto gonfiabile nascosto nel cinturino di un orologio. Lo ha inventato un esperto di sport acquatici di Taiwan e dovrebbe servire a salvare vite umane. Io invece mi sono convinto che può, al massimo, essere d’aiuto al galleggiamento ad una persona, cosciente, che non è ancora in grado di tenersi a galla.
Vi spiego il mio punto di vista:
Il Fixblessing non si auto attiva (nonostante esistano già dispositivi di questo tipo, utilizzati ad esempio dai parapendisti durante i corsi SIV sopra gli specchi d’acqua), pertanto occorre agire rapidamente per innescare il dispositivo d’emergenza tramite una leva che aziona una mini bombola di biossido di carbonio.
Il punto di ancoraggio del salvagente è sul vostro polso. Questo significa che, per tenervi a galla, dovete esercitare una leggera trazione con un braccio per tenervi a galla, insomma: dovete saper nuotare (e se siete svenuti?).
Il salsicciotto, una volta gonfio d’aria, può essere staccato dal polso ed utilizzato come un salvagente anulare (ci si può attaccare in più persone, ma nel caso del Fixblessing non credo più di due). Bene, e se un onda o il vento me lo fa scappare di mano?
Continua a leggere: Fixblessing, il "De inutilitate" dell'orologio salvagente

Avete letto incuriositi e in tanti il nostro post circa la scelta della scarpa giusta per iniziare/continuare a correre questa estate. Oggi vi proponiamo le nostre riflessioni dopo aver provato per un mese le Ravenous Trail Shoes di Columbia e per non farci mancare niente anche la nostra opinione sul loro Mobex Sprint Trail Pack, il leggero zaino da trail che vedete a sinistra nella foto.
Cominciamo a dire che entrambi i prodotti hanno ricevuto riconoscimenti per l’innovazione e il design agli OutDoor Industry Award 2009 della più grande e rinomata fiera di settore dedicata agli sport all’aria aperta che si tiene ogni anno a Friedrichschafen (Germania). La scarpa Ravenous ha nascoste nel tallone e nella suola le ragioni di questo riconoscimento.
Uno dei punti più critici, ve ne sarete accorti, di una scarpa da running è la parte posteriore, quella dove il piede “atterra” durante la corsa. Difficile trovare confortevole un allenamento dopo aver consumato il materiale ammortizzante posto sotto il tallone. Le Ravenous si propongono, grazie a una sorta di guscio posta nella zona di appoggio del piede, di superare questo problema. La prova continua dopo il salto.
Continua a leggere: Running - Abbiamo testato le Ravenous Trail Shoes e lo zaino Mobex di Columbia

La stagione estiva ha portato ai miei piedi un paio di scarpe nuove per affrontare le uscite di allenamento. Premesso che non sono un maratoneta provetto, ho avuto modo di testare un paio di calzature dalle caratteristiche piuttosto tecniche, in particolare che garantiscano il massimo dell’ammortizzamento (grado A3).
Motivo? I miei 90 chili per un metro e 95 centimetri sono certamente delle misure che necessitano un buon supporto per essere scaricate sull’asfalto in modo corretto, soprattutto dopo il recupero dalla rottura di un legamento crociato. Come avevo accennato in un post di qualche settimana fa, ora corro con un paio di Supernova Glide 2, dopo qualche settimana di corse di media durata sono arrivato a farmene una discreta idea. La sensazione immediata che si prova indossando un paio di scarpe del genere è di grande comfort, soprattutto se si è abituati a correre con scarpe di livello inferiore. La suola è rigida nel suo movimento di torsione (grazie al collaudatissimo sistema Torsion 3D), ma allo stesso tempo avvolgente e che permette grande sensibilità (nonostante un’intersuola molto alta).
Dopo i primi passi si ha la sensazione di correre su un piano elastico, non tanto sul comune asfalto. La scarpa offre una sensazione di grande reattività e correre in alcuni momenti sembra più un rimbalzare fluido. Non leggerissima, la Glide 2 però è estremamente morbida e ben regolabile sul collo del piede (un problema non indifferente per chi, come me, ha il piede lungo e con la pianta stretta). Allo stesso tempo però si ha una sensazione di solidità, forse anche grazie alle protezioni avvolgenti che cingono la caviglia e coprono parte del tendine di Achille.
Continua a leggere: Running - Adidas Supernova Glide, la prova su strada
Dopo la bufera doping e le pesanti squalifiche subite da alcuni dei protagonisti della stagione ciclistica appena cominciata, adesso arriva il caso del “doping tecnologico”. Tutto è iniziato da un articolo sull’Avvenire del 18 maggio scorso in cui l’autore racconta di voci sull’esistenza di alcune “biciclette truccate” usate da diversi atleti nelle ultime gare.
Fin qui la notizia era priva di fondamento, ma poi è saltato fuori un video su YouTube (con il logo “Rai Sport” in alto) che vede protagonista il commentatore ed ex ciclista Davide Cassani che illustra il funzionamento di una di queste biciclette dichiarando di “poter vincere una tappa al Giro d’Italia a 50 anni” così equipaggiato.
L’autore del video inoltre mette in sequenza alcuni allunghi di Fabian Cancellara, atleta svizzero vincitore del Giro delle Fiandre e della Parigi-Roubaix, dove viene messo in dubbio che la rapida accelerazione di Cancellara sia dovuta alla sola forza muscolare. Questa tesi sarebbe avvalorata dai movimenti sospetti sul cambio del ciclista svizzero e dalla sostituzione della bici effettuata prima della volata finale durante le due gare. Il “trucco”, stando alle dichiarazioni di Cassani, non sarebbe altro che un motorino elettrico inserito nei tubi della bicicletta, assolutamente invisibile, in grado di assistere la pedalata e non far stancare le gambe dell’utilizzatore durante i primi km di competizione.
Continua a leggere: Fabian Cancellara e la bicicletta "truccata", non c'è pace per il ciclismo
Stanchi di trovarvi il leash della vela attorcigliato intorno alla vita? Vi capita spesso di dimenticarlo o di perderlo? Vi irrita dover buttare più di 20 euro per un pezzo di plastica e un moschettone? Bene, allora cominciate a pensare di fare a meno del tanto odiato leash. Ovviamente non basta buttarlo nel cestino o lasciarlo nella sacca della vostra vela perché in questo modo verrebbe meno l’unico sistema di collegamento tra voi e la vostra costosissima vela. Quella che sto per descrivervi, invece, è una modifica semplicissima che potete fare a tutte le barre e le ali da kite che prevedono l’uso del quinto cavo. Nel mio caso ho realizzato tutto a partire da una vecchia barra RRD del 2001 che apparteneva al kite con cui ho imparato a planare. All’epoca le ali avevano solo 4 cavi e il sistema di sicurezza consisteva in un braccialetto collegato ad una delle backline, che non era assolutamente adatto all’immediato depotenziamento del kite.
Qualora il vostro sistema di sgancio rapido preveda l’apertura del chicken loop, come in molte vele F-One o nelle vecchie North, dovrete acquistare o realizzare da voi un terminale che abbia l’anello sempre integro e poco al di sopra ci sia la possibilità di separare la cima in due parti. Quello che vedete in foto è un sistema della Pat-Love molto diffuso, almeno da due anni a questa parte e credo possiate reperirlo ovunque. A questo punto, la modifica da fare consiste nel prendere il terminale del quinto cavo e, una volta fatto passare nel foro della barra, attaccarlo all’anello “a 8” che avrete inserito poco sopra il chiken loop, utilizzando un moschettone. Per chi non si fida, è possibile inserire, a valle della barra, il solito “sgancio di sicurezza” presente in tutti i leash, ma poiché ormai il coltellino per tagliare i cavi è diventato obbligatorio come dotazione per il kitesurf, credo sia eccessivo.
Nelle foto, che valgono più di mille parole, potete vedere il risultato. Siete ovviamente liberi di rivestire le cime con delle guide di plastica per evitare lo sfregamento; in questo caso sta alla vostra fantasia inventarvi soluzioni per le diverse parti. Io, ad esempio, ho usato un tubicino e un tappo di plastica ricavato da una vecchia macchina per l’aerosol. La barra è stata testata con una vela North da 16mq e non modifica affatto la conduzione dell’ala o la sua stabilità in manovra. Chi fa trick che prevedono la rotazione sull’asse verticale del kiter, come ad esempio l’“handle pass” o altre manovre “da sganciato”, può attaccare il moschettone (allungando di qualche decina di centimetri il cavo) direttamente sul gancio posteriore (o sulla plastica di scorrimento) del trapezio.

Qualcuno sostiene che non esiste il tempo avverso, esistono solo atleti arrendevoli. Sagge parole, ma devo anche ammettere che le piogge che hanno bagnato l’Italia fino allo scorso weekend sono state un forte deterrente per molti “poveri di spirito” che faticano ad affrontare il maltempo.
A metà di maggio però la primavera ha finalmente fatto capolino, portando sole e temperature più adatte a solleticare maggiormente chi corre senza una continuità elevatissima. Indipendentemente da quale sia il vostro stato fisico e le vostre condizioni di allenamento, questo è il momento adatto per acquistare un paio di scarpe che vi accompagnino lungo tutta la bella stagione. Ma come fare a scegliere? Le scarpe dopotutto sono lo strumento principale per un runner, di conseguenza è preferibile investire qualche ora per documentarsi al fine di fare la scelta adatta e, ovviamente, di spendere qualche euro in più piuttosto che risparmiare a scapito delle proprie caviglie e dei legamenti.
La scelta infatti deve essere calibrata su alcuni fattori fondamentali. Come primo parametro è necessario valutare la propria costituzione fisica, il peso e l’altezza. Nel mio caso per esempio (90 chilogrammi per 190 cm) è necessaria una suola più adatta ad assorbire gli urti, al fine di non danneggiare le giunture.
Ovviamente il secondo fattore dipenderà dall’obiettivo che ci si prefigge. Un’oretta di jogging alla settimana non è come preparare la Maratona di New York, ma non bisogna nemmeno sottovalutare i rischi di un allenamento leggero. Anche le superfici dove si corre influiscono sulla scelta, l’asfalto è più rigido delle piste di atletica in tartan, l’off road invece richiede maggiore stabilità.
Magari incuriositi dal nostro post sul Felix Baumgartner di tre mesi fa vi siete tenuti costantemente aggiornati sulla Red Bull Stratos, oppure no. Ricordiamo allora ai nostri lettori che questo base jumper austriaco si sta preparando da tempo per lanciarsi in caduta libera da una quota di 36 chilometri, sì, non ho sbagliato a scrivere…
Leggendo “Il Post” potete approfondire gli aspetti tecnologici del balzo – il video si riferisce alla speciale tuta che Felix userà per lanciarsi, un incrocio tra una tuta ultratecnologica alla Iron Man e una tuta spaziale – e forse come me vi chiederete se la sfida di Baumgartner valga più come esperimento scientifico che come un’impresa estrema.
A volte per prepararsi a volare è bene prima capire come si fa… E si può farlo senza paracadute! Beh, non sono diventato matto, sto solo parlando di volo simulato come quello che vedete nel video. Che poi se ci pensate essere sospesi sopra un enorme asciugacapelli gigante non ha lo stesso fascino di precipitare per centinai di metri ne convengo anch’io.
Mi appello ai paracadutisti presenti tra i nostri lettori: questa “forma” di skydiving è utile per avvicinarsi al paracadutismo o è solo un’attrazione da luna park? In Inghilterra sembrano pensarla positivamente e ne hanno costruito uno gigante (qui il post su travelblog) per addestrare futuri paracadutisti. Questo aggeggio per l’indoor skydiving si trova a Tucson, Arizona… mi chiedevo se e quanti ce ne sono in Italia, voi ne sapete niente?
Video | You Tube
“Dopo l’indiscutibile successo avuto negli USA, il concept del DC Mountain Lab arriva in Europa come AREA 43. Pensato e riadattato per i resort e gli snowpark europei. Il codice numerico militare scelto da DC è il 43, ecco perché AREA 43 (D=4 AND C=3)”. Così recita il comunicato stampa… Ma a uno rimane una curiosità, che diamine è un Mountain Lab? E soprattutto cosa c’entra con lo snowboard?
Per la DC il Mountain Lab è un container da 3,5 tonnellate con all’interno tutto il necessario per creare in qualsiasi località invernale uno snowpark da zero. In questo caso è stata scelta Les Houches, Chamonix, Francia dove Stefano ‘Benki’ Benchimol, Alessandro ‘Aie’ Benussi e il rookie Francesco Brutto del team DC passeranno un po’ di tempo a divertirsi! Un altro container è stato recapitato a Kitzbühel, Austria, ma al di qua delle Alpi quando arriva?
Video | You Tube
Quanti di voi si sono chiesti come diavolo si fa a montare le strutture che sostengono i cavi delle seggiovie? Niente di più “facile”: basta un elicottero e qualche fune in acciaio…
Per la cronaca: trattasi degli impianti della seggiovia quadriposto di Vallefura a Pescocostanzo (AQ), nel Parco Nazionale della Majella, oggi in funzione.