Doping in Russia: una dirigente parla al New York Times di “cospirazione istituzionale”

La direttrice della Rusada, Anna Antseliovich, ha ammesso l'esistenza di un complotto.

Il New York Times, dopo giorni di indagini e interviste a Mosca, ha pubblicato ieri un’inchiesta firmata da Rebecca R. Ruiz e intitolata “I russi non contestano più l’operazione di doping olimpico”. Nel lungo articolo viene spiegato come funzionari russi abbiano ammesso che ci sia stato uno dei più grandi complotti nella storia dello sport grazie al quale gli atleti che partecipavano alle Olimpiadi potevano doparsi senza essere scoperti, ma allo stesso tempo hanno negato qualsiasi coinvolgimento da parte del Cremlino.

Non un “doping di Stato”, dunque, come è stato definito negli ultimi mesi dopo le rivelazioni dell’ex direttore del laboratorio antidoping durante le Olimpiadi di Sochi 2014, Grigory Rodchenkov, e dopo la pubblicazione, in due step, del rapporto del legale canadese Richard McLaren, che ha condotto l’indagine per l’agenzia mondiale antidoping, la Wada, arrivando alla conclusione che la Russia merita di essere penalizzata ai Giochi invernali di Pyeongchang 2018 e che il medagliere di Sochi 2014 deve essere rivisto.

In particolare, la direttrice della Rusada, l’agenzia antidoping russa, Anna Antseliovich, ha detto al New York Times che c’è stata una “cospirazione istituzionale” non solo a Sochi 2014, ma anche in altri eventi olimpici.

Dopo la pubblicazione dell’articolo del quotidiano americano, l’agenzia russa Tass ha diffuso una precisazione da parte della stessa Rusada, in cui si dice che le parole di Antseliovich sono state distorte ed estrapolate dal contesto. In particolare nella nota viene spiegato che Antseliovich, durante l’intervista con Rebecca Ruiz, autrice dell’articolo, ha osservato che nella relazione della Wada del 9 dicembre, ossia la seconda parte del dossier di Richard McLaren, è stata sostituita la frase “sistema sponsorizzato dallo Stato” con l’espressione “complotto istituzionale”, con la differenza, dunque, che viene escluso il coinvolgimento da parte del Cremlino e in particolare del Ministero dello Sport che dopo la prima parte del rapporto Wada era invece stato additato come principale responsabile del complotto e per quello si era parlato di “doping di Stato”.

Ricordiamo che la pubblicazione della prima parte del rapporto Wada ha portato alcune federazioni, come per esempio quella internazionale di atletica leggera, la Iaaf, a decidere di escludere gli atleti russi dalla partecipazione alle Olimpiadi di Rio 2016.

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