Il ciclismo senza Contador

Una riflessione sull’addio del più grande corridore da corse a tappe degli ultimi trent’anni

Da oggi Alberto Contador è un ex ciclista. Il più grande corridore da corse a tappe degli ultimi trent’anni e uno dei più vincenti della storia ha chiuso la propria carriera con una Vuelta a Espana disputata all’attacco e interpretata, come lui stesso ha sottolineato in un’intervista, con lo spirito di un debuttante.

Da oggi nel plotone del ciclismo internazionale si crea una specie di voragine. Di corridori come Contador, capaci di attaccare da lontano come si faceva fino agli anni Settanta e Ottanta, non ne vedevamo da un quarto di secolo. Le splendide follie di Claudio Chiappucci nella tappa di Sestriere nel Tour de France del 1992 o nella Milano-Sanremo del 1991 erano sembrate il colpo di coda del ciclismo epico dei giganti capaci di imprese sulla lunga distanza, quelle tipiche del ciclismo della prima metà del Novecento, ma praticate anche più tardi da gente come Gaul, Merckx, Ocaña e Hinault.

Negli ultimi vent’anni il ciclismo è stato trasformato dalla preparazione scientifica (spesso integrata dalla farmacologia) in una specialità dominata da un freddo determinismo.

Le tappe di montagna – teatro delle sfide più spettacolari e avvincenti – sono state trasformate in una selezione naturale culminante con lunghi “sprint” sulle ultime salite di tappa. Lance Armstrong ci ha vinto sette Tour di fila, poi cancellati dai tribunali sportivi, Chris Froome ha portato questa strategia al parossismo. Grazie alla supremazia del suo team su tutti i terreni, Froome non ha che da limitarsi a interpretare al meglio le cronometro e ad accelerare negli ultimi chilometri di salita come computerino comanda.

Come mi ha fatto notare un amico particolarmente attento ai dettagli, la prima cosa che Froome ha fatto dopo la prima delle due cadute della dodicesima tappa della Vuelta a Espana è stata togliere il computerino per poter controllare i dati nella discesa che lo avrebbe portato all’arrivo anche sulla bicicletta di scorta. Con Contador all’attacco e staccato dai principali contendenti alla maglia rossa non è che ci fossero molti dati da controllare, in quel momento l’inglese e i suoi compagni avevano una sola cosa da fare: pedalare il più forte possibile.


Ma con Froome sono i dati a comandare: è lo strumento a strumentalizzare il corridore. E questo è un tipo di ciclismo che non può piacere a chi conosce gli archetipi e la storia di questo sport.

All’opposto di Froome c’è Contador, l’ex corridore (fa effetto scriverlo ma è così) che ha fatto innamorare il pubblico proprio per avere interpretato il proprio sport con il cuore prima che con la testa.

C’è un dato che mi sembra piuttosto significativo nelle carriere dei due corridori: Froome ha vinto 5 grandi giri arrivando 2° in altre quattro occasioni, Contador ha vinto 7 grandi giri (9 sulla strada) senza mai finire sul podio da perdente.

Dopo i due minuti e mezzo persi nella terza tappa con arrivo ad Andorra, Alberto Contador ha iniziato una lunga rimonta culminata con il successo sull’Alto de Angliru e il quarto posto nella generale (diventato un quinto per un “buco” nell’arrivo di Madrid). Difficile dire se senza quella giornata lo spagnolo avrebbe vinto la sua quarta Vuelta, ma sono statistica gli 8 piccoli secondi che l’inglese ha guadagnato sul leader della Trek Segafredo nelle ultime diciotto tappe: dopo la cronosquadre (+47”) e la défaillance di Andorra (+2’33”) Contador aveva un passivo di 3’10”, a Madrid ha chiuso con 3’18”.

Lo spagnolo ha chiuso a 27” dal podio e se si fa una retrospettiva dell’ultima settimana si scoprono un sacco di occasioni mancate: i 40” persi dopo il suo precoce attacco nella tappa di Sierra Nevada, il mancato guadagno con l’improficuo attacco nella terzultima tappa, l’emorragia di secondi nell’epilogo dell’Angliru (1’ perso negli ultimi 3 km).

Contador ha perso il podio perché ha provato a vincere la Vuelta a Espana. Questo è lo stile di corsa che rimpiangeremo a lungo, quello che ha fatto innamorare milioni di tifosi e ha trasformato i 3324 km della Vuelta 2017 in una lunga celebrazione del suo talento. È il modo di correre di Contador a spiegarci la differenza con il palmarès di Froome: se lo spagnolo non è mai salito sul podio da perdente è perché ha sempre ambito a finire sul gradino più alto.

È successo al Tour de France 2011 con l’attacco da lontano nel giorno dell’Alpe d’Huez, è successo nel 2012 con il clamoroso ribaltone di Fuente Dé che lo ha portato al successo nella sua seconda Vuelta, è successo lo scorso anno al Formigal, nella Vuelta poi conclusa al quarto posto. E se a volte Contador ha colto vittorie inattese grazie a un coraggio fuori dal comune, in altre occasioni ha pagato il prezzo dei propri azzardi.


Negli ultimi quattro Tour de France disputati e nella Vuelta a Espana dello scorso anno lo spagnolo è stato vittima di cadute che lo hanno costretto al ritiro o ne hanno pregiudicate le chance di vittoria. Sebbene le cadute facciano parte del gioco, anche questi episodi vanno considerati nella valutazione della seconda parte della carriera.

Di una cosa si può essere certi: della parabola professionale di Contador si ricorderanno tanto i successi quanto i suoi attacchi. La sua vittoria sulla salita più dura di Spagna, il colpo del pistolero a nove anni dal primo successo sull’Angliru sono stati la degna chiusura per la carriera di un vincente. Quest’anno il ciclista madrileno era giunto secondo alla Vuelta a Andalucia, alla Parigi-Nizza, alla Vuelta a Catalunya e al Giro dei Paesi Baschi, quasi sempre superato da Alejandro Valverde. Il bottino del Tour de France era stato magrissimo: un 9° posto nella generale e un 3° posto nella tappa di Foix.

Durante la corsa francese era maturata l’idea del ritiro. Nelle quattro settimane fra una corsa e l’altra Contador si è allenato a fondo, pare facendo registrare tempi record sulle sue salite di riferimento. Dopo la sbandata di Andorra, il corridore spagnolo ha corso all’altezza dei migliori su tutti i traguardi in salita. Dopo aver sfiorato la vittoria all’Alto de los Machucos, l’ha finalmente centrata a 24 ore dalla fine della sua impareggiabile carriera.

Lascia da gigante, dopo essersi divertito e aver fatto divertire, pronto a crescere nuove generazioni di ciclisti spagnoli. In un articolo uscito oggi su Marca, Enrique Bernaola individua in Mikel Landa, Marc Soler, David de la Cruz ed Enric Mas i possibili eredi di Contador. Un paragone troppo ingombrante che non può che fare danni anche al più promettente dei ciclisti.

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