Serena Williams come Fognini e Buffon. Assurda l'accusa di sessismo all'arbitro

La regina del Tennis ha perso la finale (e la testa) a New York

Cara Serena Williams, non ci siamo proprio. Il litigio con il giudice di sedia Albert Ramos, che ha avuto la sola colpa di applicare il regolamento, è stato semplicemente vergognoso. Degno del peggior Fabio Fognini e non di una delle più grandi campionesse del tennis mondiale. Di questa finale si ricorderà solo questa assurda sceneggiata; la giapponese Naomi Osaka ha vinto (6-2; 6-4) con merito ma alla fine, mortificata dal clima che si era creato nell'Arthur Ashe Stadium, si è praticamente scusata per aver vinto (!). Tra le altre cose la Osaka non ha vinto solo il suo primo Slam, ma è anche diventata la prima giapponese in assoluto (tra le donne e tra gli uomini) a conquistare un torneo dello Slam. Un traguardo che avrebbe meritato maggior rispetto. La Williams ha parzialmente difeso la sua reputazione solo nel momento della premiazione, quando ha chiesto al pubblico di stoppare le polemiche e di riconoscere i meriti della sua avversaria.

I fatti - A Serena è stato assegnato un warning per 'coaching'; una decisione ineccepibile visto che l'allenatore Patrick Mouratoglou aveva effettivamente fatto dei gesti per dare un'indicazione alla sua atleta in difficoltà. È una pratica vietata e quando viene notata viene sempre punita allo stesso modo, come previsto dal regolamento. La decisione è stata pesantemente contestata dalla Williams che ha vigorosamente protestato con l'arbitro dicendo che lei "non mente", aggiungendo che ha sempre "preferito perdere piuttosto che vincere imbrogliando". Uno sfogo, a dire il vero, anche un po' insensato. L'arbitro assegnando il warning non stava mettendo in discussione l'onestà di Serena bensì, semmai, quella del suo allenatore che effettivamente aveva cercato di darle delle indicazioni. Serena potrebbe non averlo notato o potrebbe non aver capito, ma questo è un dettaglio. Guardava nella direzione del suo allenatore e questo gli ha fatto dei gesti; è quanto basta per assegnare un warning.


Nel quarto gioco del secondo set Serena ha messo a segno il suo primo break dell'incontro, portandosi sul 3-1. Nel game successivo ha però concesso un controbreak, reagendo spaccando la racchetta a terra in uno scatto d'ira. L'arbitro a questo punto ha nuovamente applicato il regolamento, assegnando il secondo warning alla tennista di casa, che ha comportato la perdita di un punto in ragione del coaching precedente. Nel game successivo la Williams, visibilmente nervosa, ha perso nuovamente il servizio ritrovandosi così sotto 4-3 nel punteggio.

Nel cambio di campo Serena ha continuato a protestare in modo scomposto nei confronti del giudice di sedia: ha alzato la voce; gli ha puntato il dito contro in segno di sfida; ha iniziato a pretendere le scuse per il coaching; infine gli ha detto di tacere, dandogli del ladro. A questo punto Ramos ha fatto scattare la terza sanzioni, il 'verbal abuse', che prevede un game di penalità. La Osaka, così, si è ritrovata ad un solo game dalla vittoria.

Dopo la decisione di Ramos, la Williams ha definitivamente perso la testa, mostrandosi stupita per la sanzione: "Mi prendi in giro? Perché ho detto che sei un ladro? Mi hai rubato un punto, ma io non imbroglio. Ti ho chiesto di chiedermi scusa". Poi ha aggiunto di volere il supervisor in campo. Davanti a lui ha piagnucolato: "Non è giusto. È successo troppe volte. Non è giusto. Perdo un game per quello che ho detto?... Sai quanti altri uomini fanno cose molto peggiori di queste? Ci sono molti uomini del singolare maschile che hanno detto cose ben peggiori e non gli è mai stato dato un gioco di penalità. Gli ho detto che è un ladro perché mi ha rubato un punto. Solo perché sono una donna mi succede questo. Lo sai che non è giusto".

In conferenza stampa la campionessa ha ribadito quanto detto in campo: "Ho visto giocatori uomini dire di tutto ai giudici. Sono qui per lottare per i diritti delle donne e per l'uguaglianza femminile. Io ho detto "ladro", lui mi ha tolto un gioco, mi è sembrata una decisione sessista. Non avrebbe mai tolto un gioco a un uomo perché ha detto ladro". E poi ha aggiunto: "Continuerò a lottare per i diritti delle donne".

La polemica - Ammesso che esista una disparità di trattamento tra uomini e donne, quale sarebbe in questo caso il diritto leso alla Williams? La libertà di non attenersi al regolamento? Il diritto a chiamare "ladro" il giudice di sedia perché ha preso una decisione non gradita? Faccio fatica a seguirla. Al massimo - ma proprio al massimo - avrebbe dovuto chiedere scusa per la sua condotta e - se lei pensa che esiste una disparità di trattamento - chiedere che la stessa severità venga applicata anche in campo maschile, magari citando qualche esempio. Troppo facile, infatti, parlare in modo generico senza citare casi precisi. Onestamente non ricordo un tennista uomo che abbia dato del "ladro" ad un giudice di sedia e che l'abbia passata liscia. Sarebbe molto grave e in ogni caso, come si dice, due torti non fanno una ragione.

La Williams per questa presunta denuncia ha incassato la solidarietà sui social network di tenniste, ex tenniste e donne dello spettacolo. Tutte, evidentemente, ansiose di vedersi riconosciuto il diritto di non rispettare l'arbitro al pari degli uomini. Non si è mai assistito a qualcosa di più diseducativo legato al mondo del tennis.

Ricordiamo che tutto parte dal primo warning per coaching, che ha fatto perdere la calma all'americana. C'è un piccolo particolare, però: lo stesso allenatore Mouratoglou ha confermato di aver dato indicazioni. Ecco le sue parole alla ESPN: "Sì, ho fatto coaching, ma lo stesso giudice di sedia non ha visto far la stessa cosa a Sascha (coach dell'avversaria ndr) o Nadal, che per le stesse azioni non hanno ricevuto alcun warning". Anche in questo caso la polemica è più che sterile; il warning per coaching non sempre viene assegnato perché, banalmente, deve essere notato dal giudice di sedia.

La Williams parla di disparità di trattamento tra uomini e donne. Il suo allenatore, invece, parla anche del coach della sua avversaria, al quale sarebbe stato consentito di dare indicazioni.

Insomma: tutto molto diseducativo. I campioni, quelli veri, non pensano all'arbitro. Non si fanno distrarre da questi particolari. La verità è che la Williams era frustrata perché la Osaka stava giocando un gran tennis. Non era lucida ed è bastata una scintilla a farla sragionare.

Se la Williams vorrà promuovere un'iniziativa per chiedere che nel tennis professionistico - maschile e femminile - non venga più tollerato alcuno scatto d'ira da parte degli atleti nei confronti dei giudici, personalmente sarò dalla sua parte. È qualcosa di odioso che, non a caso, non viene apprezzato neanche dal pubblico presente sugli spalti, a meno che l'atleta in questione non sia il\la beniamino\a di casa.

Così, però, no. Lei ha sbagliato e non ha accettato che venisse applicato il regolamento come a qualsiasi altra\o tennista. Non le è andato giù il fatto di non aver ricevuto un trattamento di riguardo riservato, talvolta, ai campionissimi che riescono ad intimorire arbitri o giudici con la loro sola presenza. Qualcosa di odioso, in tutti gli sport. Maschili e femminili. Il suo scatto d'ira ha ricordato molto da vicino quello di Gigi Buffon dopo la partita contro il Real Madrid dell'anno scorso, quando delirò davanti ai microfoni, stizzito perché l'arbitro non aveva fatto un'eccezione tutelando la rimonta della sua squadra e, magari, anche la sua ultima chance di vincere la Champions League con la Juve. L'unica differenza tra la Williams e Buffon risiede nel fatto che quest'ultimo non ha potuto tirare in ballo il sessismo.

I campioni devono volare più in alto. Devono pensare alla loro prestazione e basta. Speriamo che, a freddo, Serena riesca a fare un'analisi più onesta.

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