Maturità 2019, prima prova, tipologia C2: Gino Bartali tra sport e storia

Una delle tracce della prima prova della Maturità 2019 è dedicata al grande ciclista italiano Gino Bartali, vincitore di tre Giri d'Italia e due Tour De France e responsabile del salvataggio di centinaia di ebrei durante la seconda guerra mondiale.

Gino Bartali tra sport e storia, la traccia completa

Sono proprio orgoglioso: un mio caro amico, mio e di tutti quelli che seguono il ciclismo, ha vinto la corsa della vita, anche se è morto da un po'.

Il suo nome non sta più scritto soltanto negli albi d'oro del Giro d'Italia e del Tour de France, ma viene inciso direttamente nella pietra viva della storia, la storia più alta e più nobile degli uomini giusti. A Gerusalemme sono pronti a preparargli il posto con tutti i più sacri onori: la sua memoria brillerà come esempio, con il titolo di «Giusto tra le nazioni», nella lista santa dello Yad Vashem, il «mausoleo» della Shoah. Se ne parlava da anni, sembrava quasi che fosse finito tutto nella polverosa soffitta del tempo, ma finalmente il riconoscimento arriva, guarda caso proprio nelle giornate dei campionati mondiali lungo le strade della sua Firenze.

Questo mio amico, amico molto più e molto prima di tanta gente che ne ha amato il talento sportivo e la stoffa umana, è Gino Bartali. Per noi del Giro, Gino d'Italia. Come già tutti hanno letto nei libri e visto nelle fiction, il campione brontolone aveva un cuore grande e una fede profonda. Nell'autunno del 1943, non esitò un attimo a raccogliere l'invito del vescovo fiorentino Elia Della Costa. Il cardinale gli proponeva corse in bicicletta molto particolari e molto rischiose: doveva infilare nel telaio documenti falsi e consegnarli agli ebrei braccati dai fascisti, salvandoli dalla deportazione. Per più di un anno, Gino pedalò a grande ritmo tra Firenze e Assisi, abbinando ai suoi allenamenti la missione suprema. Gli ebrei dell'epoca ne hanno sempre parlato come di un angelo salvatore, pronto a dare senza chiedere niente. Tra una spola e l'altra, Bartali nascose pure nelle sue cantine una famiglia intera, padre, madre e due figli. Proprio uno di questi ragazzi d'allora, Giorgio Goldenberg, non ha mai smesso di raccontare negli anni, assieme ad altri ebrei salvati, il ruolo e la generosità di Gino. E nessuno dimentica che ad un certo punto, nel luglio del '44, sugli strani allenamenti puntò gli occhi il famigerato Mario Carità, fondatore del reparto speciale nella repubblica di Salò, anche se grazie al cielo l'aguzzino non ebbe poi tempo per approfondire le indagini.

Gino uscì dalla guerra sano e salvo, avviandosi a rianimare con Coppi i depressi umori degli italiani. I nostri padri e i nostri nonni amano raccontare che Gino salvò persino l'Italia dalla rivoluzione bolscevica (1), vincendo un memorabile Tour, ma questo forse è attribuirgli un merito vagamente leggendario, benché i suoi trionfi fossero realmente serviti a seminare un poco di serenità e di spirito patriottico nell'esasperato clima di allora.
Non sono ingigantite, non sono romanzate, sono tutte perfettamente vere le pedalate contro i razzisti, da grande gregario degli ebrei. Lui che parlava molto e di tutto, della questione parlava sempre a fatica. Ricorda il figlio Andrea, il vero curatore amorevole della grande memoria: «Io ho sempre saputo, papà però si raccomandava di non dire niente a nessuno, perché ripeteva sempre che il bene si fa ma non si dice, e sfruttare le disgrazie degli altri per farsi belli è da vigliacchi...».

[...] C'è chi dice che ne salvò cinquecento, chi seicento, chi mille. Sinceramente, il numero conta poco. Ne avesse salvato uno solo, non cambierebbe nulla: a meritare il grato riconoscimento è la sensibilità che portò un campione così famoso a rischiare la vita per gli ultimi della terra. Grande Gino, a braccia alzate sul podio dell'umanità. Ora è Giusto per gli ebrei, ma conta soprattutto che fosse da sempre un Giusto per noi.

da un articolo di Cristiano Gatti, pubblicato da "Il Giornale" (24/09/2013)

(1) la storia di Bartali al Tour de France nel 1948 avvenne in un momento di forti tensioni seguite all'attentato a Togliatti, segretario del PCI (Partito Comunista Italiano).

Il giornalista Cristiano Gatti racconta di Gino Bartali, grande campione di ciclismo, la cui storia personale e sportiva si è incrociata, almeno due volte, con eventi storici importanti e drammatici.
Il campione ha ottenuto il titolo di "Giusto tra le Nazioni", grazie al suo coraggio che consentì, nel 1943, di salvare moltissimi ebrei con la collaborazione del cardinale di Firenze.
Inoltre, una sua "mitica" vittoria al Tour de France del 1948 fu considerata da molti come uno dei fattori che contribuì a "calmare gli animi" dopo l'attentato a Togliatti. Quest'ultima affermazione è probabilmente non del tutto fondata, ma testimonia come lo sport abbia coinvolto in modo forte e profondo il popolo italiano, così come tutti i popoli del Mondo. A conferma di ciò, molti regimi autoritari hanno spesso cercato di strumentalizzare le epiche imprese dei campioni per stimolare non solo il senso della patria, ma anche i nazionalismi.

A partire dal contenuto dell'articolo di Gatti e traendo spunto dalle tue conoscenze, letture ed esperienze, rifletti sul rapporto tra sport, storia e società. Puoi arricchire la tua riflessione con riferimenti a episodi significativi e personaggi di oggi e/o del passato.

Puoi articolare il tuo elaborato in paragrafi opportunamente titolati e presentarlo con un titolo complessivo che ne esprima sinteticamente il contenuto.

Chi era Gino Bartali

Classe 1914, Gino Bartali ha scritto una meravigliosa pagina della storia del ciclismo italiano e non solo, visto che l'apice della sua carriera da ciclista è coinciso con la Seconda Guerra Mondiale.

Ginettaccio, come veniva comunemente chiamato, fu costretto a lavorare come riparatore di ruote di biciclette tra il settembre 1943 e il giugno 1944 e in quegli anni si spese in prima persona per aiutare gli ebrei perseguitati trasportando documenti e fototessere necessarie per falsificare i documenti e favorire così la fuga dall'Italia.

La sua carriera da ciclista iniziò nei primi anni '30, ma la consacrazione di Bartali arrivò soltanto col Giro d'Italia del 1936 - 3.766 chilometri da Milano a Milano - e il bis l'anno successivo. Da lì fu nominato capitano della Nazionale italiana in vista del Tour De France.

Nel 1938 fu costretto al regime fascista a saltare il Giro d'Italia per prepararsi al Tour De France. In quell'occasione vinse due tappe e il suo rifiuto di fare il saluto romano durante la premiazione fece scalpore. L'anno successivo trionfò alla Milano-Sanremo e lo stesso face nel 1940.

Durante la seconda guerra mondiale si adoperò per salvare quanti più ebrei possibili e solo nel 2006, quando era ormai morto da sei anni, ottenere la medaglia d'oro al merito civile dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi per aver salvato circa 800 ebrei.

La carriera di Bartali riprese nel 1946, quando vinse ancora una volta il Giro d'Italia e il Giro di Svizzera. Nel 1948 trionfò al Tour De France e l'anno successivo riuscì ad arrivare secondo al Giro d'Italia, vinto invece dallo storico rivale Fausto Coppi.

L'addio alle scene arrivò nel 1954, ma Bartali riuscì comunque a rimanere nel mondo del ciclismo in qualità di allenatore, primo del San Pellegrino dal 1957 al 1963 e successivamente del Vittadello (1967), Pepsi Cola (1968) e Cosatto (1971).

Maturità 2019 prima prova: Tra sport e storia

A partire dall'esempio di Gino Bartali e la sua carriera sportiva profondamente intrecciata con gli eventi storici che riguardarono l'Italia e il Mondo durante e dopo la seconda guerra mondiale, gli studenti sono chiamati a riflettere sul legame tra lo sport e la storia recente, non soltanto italiana.

La traccia parla in modo aperto di come i regimi autoritari hanno spesso strumentalizzato - o hanno provato a strumentalizzare - gli eventi sportivi e le singole imprese dei vari campioni per fomentare i nazionalismi e il senso della patria nei cittadini.

Uno degli esempi più eclatanti è senza dubbio rappresentato dalle Olimpiadi di Berlino del 1936, quando Adolf Hitler era già al potere e, dopo un primo momento di riluttanza, decise di trasformare l'evento in un'enorme macchina propagandistica per il regima nazista. Il governo tedesco non badò a spese per l'occasione e vide il coinvolgimento anche della regista e attrice tedesca Leni Riefenstahl, vicina ad Hitler, che realizzò il film propagandistico Olympia, uscito nel 1938 dopo due anni di lavoro.

Hitler acconsentì alla partecipazione all'evento di atleti ebrei e atleti di colore, con l'obiettivo però di dimostrare la superiorità della Germania o della "razza ariana" su tutti gli altri. Fu proprio la Germania a trionfare quell'anno con 89 medaglie contro le 56 degli Stati Uniti, arrivati secondi.

L'atleta americano Jesse Owens fece la storia di quelle olimpiadi portandosi a casa quattro medaglie d'oro nelle gare dei 100m, 200m, salto in lungo e staffetta 4x400, tutte ottenute nello stesso giorno davanti agli occhi dell'intero stato maggiore tedesco che aveva provato in ogni modo a bloccare o limitare la sua partecipazione alla competizione, arrivando alla fine a programmare per lo stesso giorno tutte le gare a cui Owens doveva partecipare nel tentativo di minimizzare così la sua presenza.

Due anni prima furono i Mondiali di Calcio a ritrovarsi profondamente legati al regime fascista di Benito Mussolini. Si disputarono in Italia dal 27 maggio al 10 giugno 1934 e furono vinti proprio dall'Italia, che riuscì a battere la Cecoslovacchia ai tempi supplementari a Roma (Stadio Nazionale del PNF), una delle dieci città italiane che ospitarono l'evento.

Mussolini aveva promosso lo sport fin dalla sua salita al potere - "Le prodezze sportive accrescono il prestigio della nazione e abituano gli uomini alla lotta in campo aperto" - e i Mondiali di calcio del 1934 rappresentarono l'occasione perfetta per promuovere il successo dell'Italia del Mondo e far provare al popolo italiano quell'orgoglio per la patria che Mussolini avrebbe sfruttato per molti anni a venire.

La storia recente ci conferma ancora il profondo legame tra lo sport e i regimi. È sufficiente guardare più da vicino quello che succede in Corea del Nord, uno dei Paesi più chiusi al Mondo con leader Kim Jong-un a fare da padrone. Lì vengono promossi e incentivati sport come il sollevamento pesi, la lotta, le arti marziali e la ginnastica e il regime di Pyongyang non perde occasione per inviare delegazioni ai vari eventi sportivi mondiali che si susseguono anno dopo anno.

Particolarmente sentita a livello nazionale è la stata la partecipazione della Corea Del Nord ai XXIII Giochi olimpici invernali che si sono svolti nel 2018 a Pyeongchang, in Corea del Sud. Nonostante il fiasco al medagliere, Kim Jong-un è arrivato ad organizzare una enorme parata a Pyongyang poche ore prima della cerimonia di apertura di Pyeongchang.

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