Ogni tanto anche su Outdoorblog presentiamo qualche video curioso o divertente, ma sempre legato ad alcune delle discipline che ci piacciono da praticare. Questa volta siamo in una parete verticale, in un bivacco improvvisato da alcuni alpinisti che hanno deciso di affrontare una notte in questa precaria situazione.
Dopo essersi ristorati, gli scalatori hanno bisogno di passare il tempo, così si improvvisa un simpatico siparietto. Ci si diverte anche a strapiombo nel vuoto!
Walter Nones non c’è più, ci ha lasciato lo scorso 3 ottobre 2010 sul Cho Oyu, anche conosciuto come la Dea turchese dell’Himalaya.
Emozioni ad alta quota, un video realizzato da Walter Nones, per una durata di 50 minuti, è sicuramente il modo migliore per ricordarlo, attraverso le immagini con cui lo stesso Walter raccontava se stesso e le sue innumerevoli avventure.
Qui sopra potete vedere un estratto di pochi minuti del film. La prossima proiezione si terrà il 17 di Agosto al Teatro Vittoria di Bosco Chiesanuova (VR), sul sito ufficiale gli altri appuntamenti!
Forse non esiste un altro club di alpinismo che possa godere della fama e della reputazione dei Ragni di Lecco, gruppo che può vantare oltre 60 anni di storia costellata da grandi imprese alpinistiche di livello internazionale. Tra i Ragni sono passati nomi come Riccardo Cassin e Casimiro Ferrari, mentre oggi i nomi sono quelli di Daniele Bernasconi, l’attuale Presidente, Simone Pedeferri, Matteo Della Bordella, Fabio Palma, Matteo Bernasconi e Paolo Spreafico.
Il video che vedete qui sopra è un estratto dal reportage realizzato durante l’ultima spedizione dei Ragni in Patagonia, purtroppo una missione fallita per le difficoltà incontrate. Quello che si evince dal video è che spesso un fallimento significa molto di più che il “non” raggiungere una meta, ma da ogni errore si può trarre un insegnamento che servirà per l’impresa successiva.
I Ragni di Lecco, forse unica formazione alpinistica al mondo, hanno di recente stipulato un accordo con Adidas che provvederà alla fornitura di materiale e alla sponsorizzazione tecnica delle loro spedizioni. L’accordo è doppiamente interessante perché le attrezzature di nuova ideazione saranno così testate direttamente da alcuni dei massimi esperti del settore, così che ogni errore, come nel caso della Patagonia sia anche un segnale positivo per avere attrezzature sempre più efficienti, perché come spesso ricordiamo anche un paio di scarpe, un impermeabile o uno zaino possono essere strumenti che salvano una vita.

Chi legge Outdoorblog non può non conoscere Simone Moro, forse l’alpinista italiano di maggior carisma. Il suo nome proprio oggi rimbalza su tutti i giornali, anche quelli che non si occupano solo di sport, grazie alla sua nuova impresa. L’alpinista bergamasco infatti, con i compagni di scalata Denis Urubko (Kazakistan) e Cory Richards (Usa) è arrivato alla cima del Gasherbrum II (8.035 metri) ne Karakorum pakistano, vicino al K2. La spedizione segna un traguardo storico poiché si tratta della prima ascensione invernale di questa cima. Gli alpinisti hanno affrontato temperature prossime ai -50° gradi e fortissimi venti che ora li costringono a una repentina discesa per tornare in zona di sicurezza.
Simone Moro aveva già affrontato altri due 8000 in inverno, lo Shisha Pangma nel 2005 e il Makalu nel 2009. Sul suo blog, in collegamento via satellite Simone scrive:
Ce l’abbiamo fatta: alle 11,28 siamo arrivati in vetta al Gasherbrum II in invernale e siamo i primi. È stata durissima, ma io, Denis e Cory ce l’abbiamo fatta. Ora stiamo scendendo velocemente nella tendina a 6.900, poi vi aggiorneremo. Non c’è tempo da perdere perché è previsto forte vento. Dobbiamo scendere il più possibile e il più velocemente possibile.

Fu il primo uomo a mettere piede sulla vetta più alta del mondo, nel 1953, ma sembra che il ricongiungimento tra sir Edmund Hillary non tornerà per l’ultima volta sulla cima dell’Everest. E’ stata infatti annullata all’ultimo momento la spedizione che aveva come obiettivo la dispersione delle ceneri di Hillary proprio a quota 8848.
Lo stop è stato richiesto dalla comunità buddista nepalese. Secondo le loro tradizioni infatti, il gesto è un cattivo auspicio. I resti di Hillary sono ora conservati nel monastero buddhista del villaggio di Kunde e aspettavano la ventesima ascesa alla cima dell’Everest. Il timore dei monaci è probabilmente legata al rischio di trasformare un gesto di ricordo in una moda funebre. Parte delle ceneri di Hillary erano già state disperse nelle acque del lago di Auckland, in Nuova Zelanda, di cui era originario lo scalatore.

Il temibile Cerro Torre reclama una nuova vittima. Durante la discesa dalla vetta della Patagonia una valanga ha travolto l’alpinista trentino Fabio Giacomelli, in cordata con il Elio Orlandi sulla parete est.
La sorte ha voluto che Fabio sia morto durante una spedizione “funebre” preparata per raggiungere la vetta dopo anni di duro lavoro per aprire una nuova via, durante la quale i due alpinisti avevano rivolto un pensiero Cesarino Fava, loro grande maestro di vita in Patagonia. La tragedia risale al primo giorno dell’anno ma la notizia è stata diffusa solo dopo il recupero dei resti dell’alpinista, lavoro che ha richiesto tre giorni di duro lavoro.
Foto | Profgeo
Non è certo facile per il capo di un corpo di volontari accettare che diversi degli uomini che si mettono a sua disposizione perdano la vita, tanto peggio se lo fanno nel corso di azioni di soccorsi in aiuto di escursionisti fai-da-te, alpinisti improvvisati o semplicemente degli “sprovveduti” come lo stesso Guido Bertolaso, capo della Protezione Civile, li ha definiti.
Il periodo delle feste natalizie è stato infatti caratterizzato da previsioni atmosferiche che avevano messo in guardia sul pericolo di possibili valanghe. Forti nevicate, seguite da gelate e poi da un brusco rialzo della temperatura sono elementi che dovrebbero spingere anche il meno esperto degli amanti della montagna a preferire il caminetto di casa piuttosto di seguire un itinerario di scialpinismo.
Sotto accusa anche il mondo dello sci e dello snowboard che sceglie il “fuori pista“, spesso causa principale dei primi distacchi di neve che poi provocano le valanghe. Noi di Outdoorblog non finiremo mai di ripeterlo, la sicurezza prima di tutto!
C’è un autore di “graffiti” che non opera nelle città e nelle metropolitane, ma sulla cime della Alpi. L’ultima sua “opera” è apparsa di recente sulle Dolomiti. A scanso di equivoci diciamo subito che il “graffitaro delle Alpi” non ha intenzioni estetiche o artistiche, ma sarebbe mosso da uno spirito (più o meno) nobile.
L’uomo, che rapide ricerche hanno identificato come Paolo Beltrame, di Maniago, provincia di Pordenone, alpinista esperto e autore di numerose guide, sostiene che le sue tracce di vernice rossa vergate sulla nuda roccia siano necessarie per i meno esperti per non perdere alcune vie piuttosto complicate e mal segnalate. I segna-vie abusivi sono apparsi soprattutto sulle Dolomiti Orientali.
La polemica è aspra. La presunta sicurezza dell’alpinista a fronte di un “piccolo” scempio paesaggistico, ma c’è anche chi non la pensa in questo modo. Secondo alcune fonti del Soccorso Alpino questo tipo di segnalazioni rischiano di essere addirittura più pericolose per gli inesperti.
Continua a leggere: Alpinismo - La polemica del graffitaro delle Dolomiti

Uscito due anni e mezzo fa per i tipi del Corbaccio il libro di Hermann Buhl è da riscoprire oggi nelle librerie in special modo se siete appassionati di alpinismo. Buhl è per tutti legato al Nanga Parbat che si è guadagnato le prime pagine dei giornali italiani l’anno scorso dopo la fine di uno dei nostri più forti scalatori, Karl Unterkirker, e il rocambolesco salvataggio dei suoi due compagni di cordata; già nel 1970 questo ottomila era diventato la tomba di ghiaccio di Günther Messner, fratello di Reinold.
Ma nel 1953 un austriaco nemmeno trentenne ne aveva conquistato da solo la cima, il suo nome: Hermann Buhl. Capace di imprese straordinarie le cui pacate descrizioni nel libro lasciano allibiti – la scalata in meno di mezza giornata nel 1952 della parete nord-est del Pizzo Badile su tutte dato che il nostro ci aggiunge quattrocento chilometri in bicicletta (!) tra prima e dopo l’ascensione –, Buhl è stato il primo uomo a conquistare due ottomila (il Nanga Parbat in solitaria appunto e il Broad Peak insieme ad altri tre salitori nel 1957), entrambi senza bombole d’ossigeno.
Arricchito dai diari delle spedizioni che l’hanno reso celebre, e che fanno riflettere soprattutto sulle difficoltà psicologiche oltre che fisiche dell’alpinismo, “È buio sul ghiacciaio” ritorna sugli scaffali in una nuova edizione aggiornata – dopo quella storica del 1960 della SEI e del Melograno del 1984 – per far conoscere ai lettori italiani un protagonista assoluto della pratica alpinistica. Ci sono tanti libri di letteratura di montagna, il consiglio è iniziare con questo.
Si è conclusa la Cho Oyu Trilogy Expedition, una spedizione internazionale per le valli e le cime del tetto del mondo. Tra i membri della spedizione anche il “nostro” Simone Moro, alpinista provetto ben noto da chi frequenta Outdoorblog. Con lui Hervé Barmasse, l’ultramaratoneta inglese Elizabeth Hawker, e lo scalatore-sciatore Emilio Previtali hanno deciso di “congelare” per il momento il progetto Cho Oyu Trilogy Expedition e rientrare in Italia.
Un lungo percorso necessario per far adattare il corpo alla grande altitudine, processo necessario per la meta finale del percorso, l’ascesa alla cima del Cho Oyu. Senza questo tipo di preparazione è infatti impossibile affrontare i picchi Himalayani.
Purtroppo la spedizione non è arrivata alla sua meta, ma l’esperienza deve essere stata comunque straordinaria. Come si legge sul comunicato Ansa, troppo pochi 15 giorni per scalare un colosso di oltre 8.000 metri e rientrare a Kathmandu di corsa o in bicicletta. Ma l’epica sfida è solo rimandata. Qualche problema burocratico, anche, visto che il governo cinese ha chiuso le frontiere col Tibet, fino al 10 ottobre.
Questo il motivo per il limite di 15 giorni imposto per scalare l’8000, troppo pochi per qualsiasi essere umano. Sarebbe stata “Una follia, un pessimo insegnamento da dare - come si legge nel blog - Allora diciamo no”. Una resa che non significa certo fallimento.
Di seguito alcune fotografie selezionate dal blog. Grazie a Matteo per la segnalazione.
Dopo il continua trovate un video di Simone Moro e una lettera pubblicata sul blog al termine della spedizione.
Trilogy Expedition



