Armstrong: "Il mio era un piano studiato, non mi avrebbero mai trovato positivo"

Nuove rivelazioni dello statunitense

Mark Cavendish denuncia, nella sua biografia, gli scarsissimi controlli antidoping nel tennis, rispetto al ciclismo. Ebbene, l'ex campione del ciclismo, Lance Armstrong, riusciva ad aggirarli tutti. Non rappresenta una novità assoluta nel mondo di questo sport la rivelazione dello statunitense, perché anche Ryder Hesjedal, il vincitore del Giro d’Italia 2012, ha ammesso di essersi dopato 10 anni fa (e quindi di non esser stato trovato positivo ai controlli).

Da parte sua Armstrong ha ammesso che non l'avrebbero mai trovato positivo perché utilizzava un sistema "conservativo". "Non ero mai positivo, mai, perché il piano era molto conservativo", ha detto Armstrong nella seconda parte dell'intervista con cyclingnews.com. Lo statunitense 41enne, oltre alla squalifica a vita, è' stato privato anche dei suoi sette titoli al Tour de France, quando l'Usada, l'Agenzia Antidoping degli Stati Uniti, ha reso pubblica un anno fa l'indagine su di lui. Il programma di doping della squadra Us Postal era molto semplice. Il texano si è detto rammaricato per non essere riuscito a incarnare l'esempio di uomo che tutto il mondo ammirava prima del declino morale e sportivo:

«Il piano era conservativo, per niente rischioso e matematico. Mi dispiace perché con le mie bugie ho alimentato la speranza delle vittime del cancro, malattia che io ho superato. Ho dato loro speranze, ho fatto pensare che la storia era perfetta. Mi piacerebbe cambiare tutto questo, ma non posso».

L’ex ciclista si è detto anche dispiaciuto di essere stato tanto aggressivo con i giornalisti che sospettavano di lui. «È stato un tremendo errore». Lo statunitense ha poi precisato di aver iniziato a doparsi nel 1995 (il doping "moderno" arrivò nel 1993 e nel 1994 nel ciclismo), un periodo che lui denimina "movimento tettonico", che ha elevato il livello del doping nello sport della bicicletta. "Sentivamo che non c'era altra possibilità. Ovviamente c'era, saremmo potuti andare tutti a casa, ma sentivamo che per competere a quel livello non c'era un'altra opzione". Nonostante abbia iniziato a doparsi nel 1995 e lo fece almeno fino al suo ritiro nel 2005, quando vinse il suo settimo Tour, l'ex ciclista ha assicurato che "il 99 per cento" della sua carriera non ha niente a che vedere con il doping.

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