Marco Pantani: un ricordo del Pirata in cinque atti

A dieci anni dalla scomparsa e a venti dalla sua rivelazione nel mondo del grande ciclismo, un ricordo dell’amatissimo corridore romagnolo

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Marco Pantani: atto primo.


Marco Pantani l’ho scoperto in una domenica del giugno 1994, in mezzo ai libri aperti della maturità. Fra un Pirandello e un integrale, c’è la strada in salita del Mortirolo. I padroni del Giro sono altri, Evgeny Berzin, il nuovo che avanza, Miguel Indurain, il re del plotone che sulle strade del Giro vende cara la pelle. Poi c’è questo “pelato” coraggioso che il giorno prima se l’è svignata con uno scatto in salita e una discesa a rotta di collo verso Merano. Appena la strada s’inerpica, lui inizia a volare apparentemente leggero, pare quasi che non faccia fatica. Marco Pantani. Nome e cognome sono semplici. Il telecronista Davide De Zan si esalta. Dopo il Mortirolo quella volpe di Indurain si fa sotto. Il primo ha l’irruenza della giovinezza, il secondo l’equilibrio dell’esperienza. In tanti sono convinti che uno spettacolo del genere – uno scalatore che supera i battistrada a doppia velocità – non lo si vedeva da anni. Ma questo Pantani sta andando a vincere il Giro? Sul Santa Cristina, Indurain si arrende e all’Aprica i distacchi si contano con la sveglia. Il Giro Pantani non lo vincerà, ma la sua epifania resta la più incredibile di vent’anni di corse ciclistiche.

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Marco Pantani: atto secondo.


Il padre di Pantani è una persona gentile. Ci dice di aspettare un attimo che dalla sala esca il dottore. Siamo io ed Alberto, un mio amico e compagno di chilometri in sella a una bicicletta. Pantani se ne sta lì, nel letto del Cto di Torino, con tibia e perone spezzati. È gentile, pacato, ci spiega che fa ancora fatica a dormire. Ma a 25 anni mica si può mollare, anche se in quel dannato 1995 gli incidenti sono due. Noi gli diamo un piccolo omaggio, un gadget della nostra squadra di cicloamatori. Ci ringrazia. È in camera con Davide Dall’Olio, nella stanza accanto c’è Francesco Secchiari. Tutti e tre sono entrati al Cto con le ossa rotte per una jeep sbucata all’improvviso sul percorso di gara. Sulla carriera di Pantani c’è un grande punto interrogativo. In molti non si sono ripresi da quell’incidente. Lui tre anni dopo vincerà Giro e Tour.

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Marco Pantani: atto terzo.


È il Giro d’Italia 1999. A Bra, alla partenza della tappa che scalerà le Alpi cuneesi, i boati della folla sono due. Il primo per Mario Cipollini, il secondo per Marco Pantani che è solito arrivare al foglio di partenza fra gli ultimi. La gente venera il Pirata. Di tutte le volte che ho visto Pantani questa è quella che mi è rimasta più impressa: per il boato da stadio al suo passaggio. Una settimana esatta prima di Madonna di Campiglio, prima dell’inizio della fine.

Marco Pantani

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Marco Pantani: atto quarto.


Febbraio 2003. Pantani ha da poco compiuto 33 anni. Da tre anni non vince una corsa, non lotta, non lo si vede nelle posizioni di testa. Per molti è finito. Anche gli sponsor se ne vanno. Per inaugurare quella che sarà la sua ultima stagione da professionista è stato scelto un teatro di Asti. È l’unica volta in cui lo intervisto. Risponde evasivo alle mie domande sulle ambizioni per la stagione che comincia e sulla preparazione invernale. Forse andare in bici ancora lo diverte – e lo dimostrerà con alcune belle azioni e un Giro chiuso in tredicesima posizione –, ma non lo diverte più essere il centro dell’attenzione, l’uomo atteso al bivio. Gli occhi tradiscono la sua solitudine, guardano altrove, sfuggono al confronto. Gli chiedo quanti chilometri abbia fatto per prepararsi. Lui risponde: “Diversi”. Un ciclista lo sa quanti chilometri ha fatto, è il suo lavoro. L’ultimo Pantani è soprattutto il dramma della scissione fra personaggio pubblico e privato, fra ciò che intimamente si è e ciò che gli altri aspettano che tu sia.

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Marco Pantani: quinto atto.


Con Lorenzo, il mio collega del magazine Ciclismo, partiamo in mezzo alla neve. Tagliamo tutta la Pianura Padana da Ovest a Est. Arriviamo in una strana Cesenatico, piena di gente come nei mesi di festa dell’estate. L’Italia è ancora sotto shock perché qualche notte prima è andata a dormire con la notizia della morte per overdose dello scalatore che ha vinto il Giro e il Tour nel 1998. Tonina, la madre di Marco Pantani, caccia i giornalisti dalla Chiesa, chiede rispetto. Al funerale c’è un’atmosfera strana in cui dolore e rabbia si mescolano. L’ambiguità della stampa di fronte al caso di Pantani è uno degli aspetti più tristi della vicenda così come le operazioni di marketing che verranno costruite sulla sua scomparsa dagli stessi organi di informazione che ne hanno condivisi ascesa e trionfi, per poi prendere le distanze nel momento in cui il corridore si è trovato solo di fronte alla “torrida tristezza”. In tutte le fasi della “triade hegeliana” della stampa nazionale il “campione” è stato spremuto per ottenere i massimi profitti: nella tesi (Pantani è un campione, la gente lo ama, glorifichiamolo), nell’antitesi (Pantani è un truffatore, la gente non si fida più, diamoglielo in pasto) e nella sintesi (Pantani è morto, la gente lo piange, celebriamolo). La storia triste di questo ragazzo morto a trentaquattro anni è uno specchio messo di fronte alle coscienze di parecchi. Perché Pantani ha sbagliato e ha pagato veramente per tutti, fino al limite del paradosso, con un processo per un reato introdotto nel codice penale cinque anni dopo i fatti contestati.

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Come disse lo stesso corridore in un’intervista rilasciata a Sergio Zavoli: “Se dicessi di avere commesso degli errori gravi direi una bugia. Ma direi una bugia ancora più grande, se ammettessi di non avere mai fatto qualche sbaglio”. C’è un elemento, emerso dall’autopsia di Pantani, che ha trovato poco risalto sui media. Sulla Gazzetta dello Sport del 27 luglio, in un articolo a firma Claudio Ghisalberti si legge:

Ma la parte più significativa della relazione, almeno dal punto di vista sportivo, riguarda il midollo osseo. “Non ci sono segni significativi di sostanze dopanti assunte in precedenza. In altre parole possiamo escludere che Pantani abbia assunto epo in quantità importanti e per un tempo lungo”, ha spiegato il medico legale. “Dal giudice mi era stata posta una domanda precisa. Bisognava analizzare se l' uso continuativo e in dosi massicce di eritropoietina poteva essere stata una causa di morte. Ci attendevamo di trovare un midollo osseo scassato, ricchissimo di cellule. Invece non è stato così. Anzi, il contrario. Il suo midollo osseo era assolutamente normale. Vuol dire che tutto questo uso di epo, come qualcuno ha sostenuto, Pantani non l' ha fatto, altrimenti i danni sarebbero stati evidenti”. Potrebbe essere che col tempo il midollo si fosse “normalizzato”? Potrebbe forse essere che Marco Pantani anni fa abbia fatto un grande uso di epo e negli ultimi tempi abbia smesso? “Semplificando, possiamo paragonare l' epo al fumo. Se uno è stato un accanito fumatore e poi ha smesso, nel suo sangue restano lo stesso tracce. Se uno ha fumato poche sigarette, e in modo saltuario, non è detto che si riscontrino tracce”.

La morte di Pantani, purtroppo, non ha insegnato nulla: gli scandali doping sono diventati sistematici, quasi una routine, e le morti precoci (quella di Frank Vandenbroucke, tanto simile a quella di Pantani) disgrazie da liquidare chiamando in causa i vizi dei singoli. Quando, invece, il problema resta un altro, pochissimo indagato, quello della depressione, dei momenti di “down” conseguenti ai trattamenti illeciti o alla lontananza dalle scariche adrenaliniche della competizione. Il problema di sportivi spinti ai limiti da dirigenti, preparatori, medici e procuratori che lucrano sulle vittorie dei “campioni”, ma hanno un'exit strategy sempre pronta quando le cose si mettono male.

Foto © Getty Images

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