Marco Pantani, perché la gente lo ha amato così tanto

Uno stile di corsa unico, la capacità di rompere gli schemi e un innato senso dello spettacolo hanno reso il corridore romagnolo un’icona del ciclismo moderno

Cominciamo subito con lo sgombrare il campo da uno degli equivoci in cui stampa e tifosi sono spesso caduti negli ultimi vent’anni: Marco Pantani non è stato lo scalatore più grande di tutti i tempi. Il romagnolo è stato sicuramente il più amato di tutti e fra i più spettacolari e fra i più vincenti grimpeur della storia del ciclismo, ma i numeri e il valore degli exploit sulle grandi montagne ci dicono che Charly Gaul e Federico Bahamontes troneggiano in un’ideale graduatoria degli specialisti delle scalate. Il primato che molti riconoscono a Pantani è un primato determinato dalla mediatizzazione delle sue performance che sono coincise con lo sviluppo delle due ruote a livello planetario. Nel decennio in cui Marco Pantani ha vestito le maglie di Carrera e Mercatone Uno, il ciclismo è diventato globale allargando il proprio calendario all’Asia e all’Australia, al Nord e al Sud America e, dopo oltre 120 anni di storia, è uscito dai confini del Vecchio Continente. Nel decennio a cavallo fra anni Novanta e nuovo millennio due altri personaggi, Lance Armstrong e Jan Ullrich, hanno permesso alle due ruote di spostare l’asse degli investimenti dalla centenaria tradizione franco-latina (Francia, Italia, Belgio, Olanda e Spagna) al centro-nord Europa (Germania, Gran Bretagna e Danimarca) e agli Stati Uniti. Dieci anni dopo il culmine della parabola sportiva di questi tre corridori, il ciclismo è uno sport dominato da squadre che parlano inglese, ferme restando le corse monumento della tradizione che restano nel Vecchio Continente. Negli anni di Pantani, Armstrong e Ullrich il ciclismo ha raggiunto livelli di popolarità mai più toccati prima su scala globale. Gli scandali che hanno coinvolto questi tre atleti e i cronici casi di doping ad alto livello hanno ridimensionato lo sport delle due ruote. Quando Pantani è esploso il movimento ciclistico italiano era leader incontrastato del movimento, ora è una nazione come tante, con sponsor in fuga e decine di corse che hanno chiuso o rischiano di chiudere i battenti.

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Un’icona e un personaggio di rottura


Marco Pantani

è stato un personaggio di rottura, un corridore fuori dagli schemi, ma soprattutto un ciclista con un innato senso dello spettacolo. Nell’immaginario collettivo Pantani si è imposto grazie ad alcuni rituali unicamente suoi: il lancio della bandana in segno di sfida, la risalita del gruppo dal fondo alla testa prima degli attacchi, gli scatti fulminanti e irresistibili, le discese kamikaze e in fuorisella. E poi la presa sulla parte bassa del manubrio durante gli scatti, come solo Gaul aveva fatto prima di lui.

L’altra componente che lo ha fatto amare al grande pubblico è stata la sfortuna, quella malasorte che lo ha bersagliato per buona parte della carriera: l’incidente del 1° maggio 1995 che lo costrinse a rinunciare al Giro d’Italia, la rottura di tibia e perone dell’ottobre dello stesso anno poco dopo essere giunto terzo ai Mondiali di Duitama, la caduta nella discesa del Chiunzi al Giro 1997, l’estromissione dal Giro d’Italia 1999 per ematocrito alto. Su quest’ultima vicenda tifosi e addetti ai lavori continuano a discutere da quindici anni. Si è detto e scritto di tutto, dalle interferenze della criminalità organizzata alle lotte intestine fra i poteri forti del ciclismo.

Il terzo elemento di discontinuità rispetto ai campioni che lo hanno preceduto (Lemond, Indurain, Ullrich) e seguito (Armstrong) sul podio del Tour de France è stata la propensione per le grandi salite. Gli exploit dei cronoman sono freddi, sono il riscontro di un orologio e non mostrano “fisicamente” lo scontro diretto, il duello. Diverso è per quanto avviene in salita: duelli all’ultima pedalata come quello con Pavel Tonkov a Montecampione al Giro ’98 o come quello con Jan Ullrich nelle tappe alpine del Tour dello stesso anno danno la misura tangibile della differenza di valori fra due corridori. Ed è in montagna, non certo in pianura, che si radunano le folle oceaniche che aspettano il passaggio dei corridori.

Senso dello spettacolo, dramma e scenario, dunque, trovano nell’esplosione mediatica del ciclismo l’humus ideale per proliferare. Pantani diventa una vera e propria icona: il ciclista che si rialza da ogni caduta e, anzi, diventa più forte di prima. Fino a quando il delicato equilibrio fra la carriera di Pantani e il carrozzone economico-mediatico alimentato dalle sue imprese non risulta compromesso: il campione finisce nell’occhio del ciclone della giustizia sportiva e penale. Il tribunale più severo, però, è quello dei media.

Pantani è ormai un’icona e la sua storia gli sopravvive. Soltanto per Fausto Coppi, anche lui morto precocemente, si è creato un simile culto post-mortem. Sulle più importanti salite del Giro e del Tour si inaugurano monumenti alla sua memoria, si creano corse e granfondo con il suo nome, ogni 14 febbraio si ricorda la sua figura e ciclicamente compaiono libri che raccontano la sua parabola sportiva. Perché Pantani è stato così amato dalla gente? Perché resta un campione unico? Per tutto quello che abbiamo detto, certo, per la sua duplice natura di corridore capace di imprese impossibili e di essere umano che lotta contro il destino avverso e le proprie umane debolezze.

Foto © Getty Images

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