AMP: quando c'è ammoniaca nei muscoli

Sigle come ATP (adenosin-trifosfato) e ADP (adenosin-difosfato) non sono poi così misteriose se, da bravi podisti, ci siamo creati un'infarinatura generale di medicina sportiva, in particolare riguardo i cosiddetti meccanismi energetici. Nell'ambito di tali meccanismi usati dal nostro organismo, l'AMP indica la molecola di adenosin-monofosfato e si incontra un po' più di rado.

Sappiamo già che i muscoli utilizzano le molecole di ATP, sottraendogli un fosfato per ricavarne energia; perdendo un fosfato la molecola di ATP diventa quindi ADP; la reazione è indicata come segue: ATP > ADP + Pi.
Come spiega egregiamente il sito di my-personaltrainer.it

quasi tutte le reazioni cellulari e i processi dell'organismo che richiedono energia vengono alimentati dalla conversione di ATP in ADP: tra di esse vi sono, ad esempio, la trasmissione degli impulsi nervosi, la contrazione muscolare, i trasporti attivi attraverso le membrane plasmatiche, la sintesi delle proteine e la divisione cellulare.



Secondo alcuni studi, specialmente nelle fibre muscolari di tipo 2, quelle cosiddette veloci, che abbondano negli atleti di potenza, può succedere nelle prove di sprint prolungato (dai 200 ai 400 metri) che dall'ADP si stacchi un altro fosfato andando così a formare AMP.

La cosa positiva di questo processo è che l'organismo è stato in grado di produrre una quota di energia un po' più elevata da mettere a disposizione dei muscoli ricavando una potenza ancora maggiore.
Se però l'AMP si forma in eccesso può venire trasformata in IMP da parte di un enzima detto AMP-deamminasi e in questa ulteriore traformazione può formarsi ammoniaca (reazione: AMP > IMP + NH3) la cui presenza nel sangue (ammoniemia) è dannosa sia per i muscoli che per il sistema nervoso centrale.

Sappiamo già che la fatica muscolare durante la prestazione è dovuta alla presenza di acido lattico, ma secondo alcuni a questo può contribuire la presenza di ammoniaca durante prove prolungate di potenza; l'iperammoniemia si manifesta più precocemente rispetto all’aumento di acido lattico durante lo sforzo, e il suo ritorno alla norma risulta essere più tardivo, anche se vi è una buona correlazione tra i due parametri.

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