Morte di Pantani: Nibali "Era meglio per il ciclismo che non se ne riparlasse"

A sorpresa, Vincenzo Nibali si dice contrario alla riapertura dell'inchiesta sulla morte di Marco Pantani, avvenuta il 14 febbraio del 2004.

Vincenzo Nibali a sorpresa. Parlando della riapertura dell'inchiesta sulla morte di Marco Pantani, il dominatore del Tour de France ha commentato così:

"Non credo faccia bene al ciclismo tornare a parlare della morte di Pantani. E che non faccia bene neanche a Marco. I suoi tifosi vorrebbero solo ricordarselo per il campione che era, non per quella tragica notte. Capisco la madre di Marco e la famiglia, non sono d'accordo nel sparare questa notizia sui giornali".

Nibali è intervenuto a precisa domanda del sito di Vanityfair:

"Qui non stiamo parlando del risultato di un'inchiesta, gli inquirenti non si sono ancora pronunciati e non c'è una sentenza. Non trovo giusto che a fare i processi siano i giornali. Ricordo che qualche anno fa venne fuori la notizia che Fausto Coppi non era morto per la malaria, ma che era stato assassinato. Poi, però, si rivelò una bufala. Lo stesso sta succedendo in questi giorni per il caso di Yara: hanno messo in prima pagina l'assassino e oggi mi sembra che non sia così certo che sia lui il colpevole. Dico solo che bisogna andare cauti con certe affermazioni che non fanno bene al ciclismo: si torna 10 anni indietro, mi chiedo dove si voglia arrivare".

Nibali aggiunge di non aver mai conosciuto Pantani di persona:

"Quando è morto, correvo già, ma nei dilettanti. Lo vedevo in televisione. Il Giro che vinse nel 1998 è un mito per noi ciclisti. E' stato uno dei miei idoli da ragazzino, insieme a Bugno, Chiappucci e Cipollini. Certo, Marco era diverso dagli altri, il suo carisma era fortissimo. Abbiamo vissuto tutti la pantanimania: bandana, sella, occhiali, tutti volevamo essere come lui".

Sulla morte del Panta, il siciliano dice:

"Ero scioccato. All'inizio, però, si sapeva che era morto solo in albergo. Mi colpì la tristezza della situazione. Solo dopo venne fuori che era stata un'overdose di stupefacenti a ucciderlo. Abbiamo avuto lo stesso direttore sportivo, Giuseppe Martinelli, e lui mi ha sempre detto che Marco era un ragazzo speciale, anche molto sensibile: credo che il fatto di non aver potuto correre quando gli trovarono i valori sballati, l'accusa di doping, l'avesse portato alla depressione. Da lì, il pensiero comune nell'ambiente è che abbia avuto qualche amicizia sbagliata che l'ha portato fuori strada".

Nibali andrà a Cesenatico a trovare la famiglia del Pirata?

"Non ne ho ancora avuto il tempo, ma ci andrò sicuramente. Paragonare me a lui non ha senso: in dieci anni il ciclismo cambia tutto: bici, tecnologia, strade. Sarebbe come paragonare Gimondi a me".

Marco Pantani

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