Froome imprendibile in salita: merito delle corone ovali?

Nonostante i distacchi inflitti agli avversari, la maglia gialla è lontana dalle prestazioni record sulle salite del Tour de France. Il parere dell’esperto sulle corone ovali

Negli occhi degli appassionati ci sono ancora le immagini dell’impresa compiuta da Chris Froome sulla salita de La Pierre Saint Martin, immagini che hanno fatto aleggiare sul “kenyano bianco” più di un sospetto per la supremazia palesata nei confronti di avversari come Alberto Contador, Nairo Quintana, Tejay Van Garderen e Vincenzo Nibali, ridotti al ruolo di comprimari.

Sulla prima salita pirenaica Froome ha fatto la differenza, respingendo le velleità degli altri “magnifici quattro” che alla partenza di Utrecht erano appaiati nel pronostico più incerto degli ultimi anni. Il Tour è ancora lunghissimo e le salite sono tantissime, ma la superiorità dimostrata dal capitano della Sky sembra inattaccabile, a meno che non si riesca a organizzare qualche attacco in discesa, tallone d’Achille di un corridore che ha parecchie carenze sotto il profilo della conduzione della bicicletta.

I dati sulla performance di Froome ci dicono che il vincitore del Tour 2013 ha impiegato 40’39” per coprire i 15,3 km al 7,4% di pendenza media della salita conclusiva. La media oraria di 22,583 km/h non è un dato utile a stabilire la performance che deve essere invece valutata con la VAM ovverosia con la Velocità Ascensionale Media, la quantità di dislivello altimetrico che si riesce a superare in un’ora. Ecco il Froome di martedì scorso è salito con una VAM di 1674 m/h e ha espresso una potenza media di 390 watt.

Una prestazione eccellente, ma lontana dai record toccati a cavallo degli anni Novanta e del nuovo millennio, con Marco Pantani e Lance Armstrong che all’Alpe d’Huez riuscivano a superare addirittura i 1800 m/h di VAM.

Anche due anni fa, come avevamo raccontato su Outdoorblog, Froome aveva fatto il vuoto sul Mont Ventoux facendo registrate sulla montagna provenzale una VAM di 1722 m/h. All’epoca la reazione alla sua performance era stata identica a quella successiva all’azione intrapresa martedì sulla prima salita pirenaica.

In merito all’arrivo di La Pierre Saint Martin va chiarito il peso di due variabili non indifferenti: 1) la tappa era successiva al giorno di riposo, 2) la salita finale era l’unica vera asperità della tappa. Il giorno di riposo è - storicamente – pericolosissimo per gli uomini da grandi corse a tappe il cui fisico, abituato allo sforzo quotidiano, può subire una sorta di blackout dovuto appunto all’interruzione della competizione. Anche le tappe con un’unica grande salita al termine della frazione sono particolarmente insidiose per quei “diesel” che prediligono sforzi ripetuti e costanti a uno sforzo unico e violento.

In ogni caso il dato di Froome due giorni fa (1674 m/h) è inferiore allo stesso Froome di due anni fa (1722 m/h) e a quello di Alberto Contador nella tappa di Verbier al Tour de France 2009 (1865 m/h), a quello di Bjarne Riis a Hautacam nel 1996 (1840 m/h), alle due vittoriose del 1995 e del 1997 all’Alpe d’Huez di Marco Pantani (1820 m/h) e a quella di Lance Armstrong nella cronoscalata dell’Alpe d’Huez del 2004 (1820 m/h). Se pensiamo che al Tour de France 2007 il gruppo della maglia gialla “spianò” il Col de Marie Blanque con una VAM di 1760 m/h, l’impresa di Froome viene ridimensionata.

Persino Vincenzo Nibali un anno fa, sulla salita di La Planche des Belles Filles è salito per 17 minuti e 5,9 km a una VAM di 1820 m/h, come il miglior Armstrong, quello del sesto dei sette Tour revocati. Dunque, dati alla mano, dire che Froome ha esagerato… è un’esagerazione, anche se non si può fare a meno che constatare che il gruppo, quanto meno in salita, va più piano rispetto agli anni precedenti all’introduzione del passaporto biologico, per non parlare de Far West degli anni Novanta.

Corone ovali: si guadagna davvero?


Quando negli scorsi giorni qualcuno ha sollevato dubbi sulle performance della maglia gialla, il team manager Dave Brailsford ha spiegato che il vantaggio è rappresentato da una scelta tecnica fatta dal team, quella delle corone ovali.
Si tratta di un espediente tecnico che stravolge il concetto della rotondità delle guarniture: la forza che viene trasmessa alla pedivella e da qui alla corona non è costante sul ciclo di pedalata, ma segue un andamento sinusoidale con massimi e minimi piuttosto marcati.

In un’intervista di alcuni anni fa a Nice Matin, Jean-Louis Talo, uno degli inventori del sistema Osymetric a corone ovali utilizzato dal Team Sky, disse che l’eliminazione del punto garantiva un vantaggio del 10%. Il tema resta piuttosto controverso, abbiamo contattato il giornalista Alessandro Turci, esperto di tecnica della bicicletta, per capire meglio il funzionamento di queste particolari guarniture.

Ci sono reali vantaggi nell’utilizzo delle corone ovali?

In realtà non vi è nulla di provato, tanto è vero che Froome è l'unico che le utilizza ormai. Lo stesso Wiggins le ha abbandonate e non le ha impiegate nel record dell’ora di un mese fa.

Non è un’esagerazione attribuire una performance come quella di martedì scorso alle corone ovali?

Se associamo alle potenzialità fisiche di un individuo un valore numerico, quello rimane tale anche utilizzando accessori come quelli: se vali 100 puoi spendere 100. Quello che potrebbe essere è che tu puoi utilizzare quel 100 in modo diverso, cioè migliorando l’efficienza. Ma se guardiamo Froome è facile capire come la sua pedalata sia emblematica della “non efficienza”. Le sue “frullate” sono dispendiosissime, sono dei fuorigiri pazzeschi e incontrollabili.

Mettendo da parte gli aspetti pratici. Sulla base di quale principio teorico le corone ovali dovrebbero rappresentare un vantaggio?

Con le corone ovali il punto morto inferiore “passa via” più velocemente, mentre la fase di spinta tra 45° e 135° richiede un picco di forza superiore. Spiegandolo in termini più semplici: hai più "catena" quando spingi e meno quando recuperi, quindi maggiore possibilità di spinta e velocità nel recupero. In realtà la fase di spinta di Froome, a causa dell'altissimo numero di giri, è minima, lui sbilancia la sua efficacia sulla facilità di recuperare i pedali. Il non senso dell’utilizzo della corona ovale da parte di Froome è che lui pedala troppo veloce. Avrebbe senso se avesse una cadenza di pedalata molto bassa e regolare, in questo caso ci sarebbe il presunto guadagno attraverso una migliore e più efficiente applicazione della potenza. Con il suo tipo di pedalata è uno spreco di ossigeno continuo, significa che non accumula acido nei muscoli nemmeno quando è a tutta e questo è un non senso.

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