Alpe d’Huez: perché è diventata la salita simbolo del Tour de France

Per la ventinovesima volta i partecipanti del Tour de France affrontano i 21 lacets della mitica salita dell’Oisans

Se sei un appassionato di ciclismo ci devi andare almeno una volta nella vita. L’Alpe d’Huez non è una salita è “la salita”. Anche se per durezza non si avvicina nemmeno lontanamente all’Angliru e ai due versanti dello Zoncolan e anche se ha una storia e una tradizione molto più recenti rispetto alle altre cime storiche di Alpi e Pirenei, l’Alpe d’Huez è e resta la salita più importante nella ultracentenaria storia del Tour de France.

Perché l’Alpe d’Huez è l’Alpe d’Huez? Come mai questa salita è diventata il paradigma del ciclismo verticale pur essendo stata introdotta al Tour de France solamente nel 1952? Cercherò di spiegarlo per punti e a completare il mio racconto ci sarà anche la Photostory che trovate in apertura, in cui sono racchiuse le immagini di oltre sessant’anni di imprese di scalatori e mostri sacri del ciclismo.

1) Caratteristiche tecniche. Come accennavo in precedenza, l’Alpe d’Huez non è certo una delle salite più dure del Tour de France e anche la sua lunghezza è piuttosto potabile. Si tratta di un’ascesa di 13,8 km all’8,1% di pendenza media e con una pendenza massima del 12-13%. Se si divide la salita per chilometri soltanto in tre frazioni chilometriche la pendenza media è superiore al 10%: nel primo (10,4%), nel secondo (10%) e nel decimo chilometro (11,5%), subito dopo Huez Village. Insomma nulla di trascendentale se non fosse che questa salita si trova nel cuore delle Alpi e vicina a montagne lunghe ed estenuanti come i colli del Galibier, Lautaret, Glandon e Croix de Fer che vengono spesso affrontati in precedenza, rendendo più faticoso l’arrivo ai 1850 metri dell’Alpe d’Huez.

2) Condizioni climatiche. C’è un altro fattore che rende particolarmente ardua l’ascesa ed è il clima. Tutta la salita è esposta a mezzogiorno e i suoi 21 lacets (tornanti) si sviluppano in una gola dove difficilmente la brezza di montagna riesce a entrare. Nei pomeriggi di luglio è una vera e propria fornace e quest’anno verrà affrontata addirittura durante l’ultimo giorno di gara, quando il caldo potrebbe avere ridotto al lumicino le forze dei contendenti alla maglia gialla. Nonostante la quota queste particolari condizioni climatiche rendono possibile l’ascesa fino all’autunno inoltrato.

3) Tradizione. Come raccontiamo nella Photostory, l’Alpe d’Huez rappresenta la tradizione. Il Tour ha iniziato a scalare le montagne alpine intorno agli anni Dieci, ma sull’Alpe d’Huez è arrivata solamente nel 1952 con una tappa vinta dall’italiano Fausto Coppi. Dopo una pausa di quasi un quarto di secolo, l’arrivo di tappa è tornato nel 1976 e, da allora, è stato riproposto per ben 28 volte (compreso quest’anno) in 30 edizioni della Grande Boucle. A cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta è diventata “la salita degli olandesi” con ben otto successi dei tulipani fra il 1976 e il 1989 (le doppiette di Kuiper, Zoetemelk e Winnen e i colpi dei “gemelli” Rooks e Theunisse). Poi negli anni Novanta la salita è diventata un feudo italiano: le doppiette di Gianni Bugno (1990 e 1991) e di Marco Pantani (1995 e 1997) e le imprese di Roberto Conti (1994) e Giuseppe Guerini (1999) hanno fatto sventolare per ben sei volte il tricolore. Da 16 anni gli italiani sono a bocca asciutta e nelle ultime due scalate, il successo ha sorriso ai francesi, primi nel 2011 con Pierre Roland e nel 2013 con Christophe Riblon, gli unici transalpini, insieme a Bernard Hinault (1° nel 1986), a trionfare sulla salita dell’Oisans.

4) Marketing. L’Alpe d’Huez è la località che meglio di ogni altra ha saputo capitalizzare i passaggi del Tour de France creando intorno alla sua salita un vero e proprio business. Grande Boucle a parte, in un qualsiasi giorno d’estate sono circa un migliaio i cicloturisti olandesi che si misurano con questa salita. Grazie ai successi olandesi degli anni Settanta e Ottanta, la salita è diventata un vero e proprio “cult”. E per scalare i suoi 13.800 metri di rampe e tornanti arrivano turisti da tutti i continenti. D’estate, per molte ore al giorno, un fotografo realizza ritratti a tutti i ciclisti che salgono e li rivende qualche ora dopo nel suo studio. Insomma quello che l’amministrazione di questo comune montano spende per ospitare l’arrivo del Tour de France ritorna con tanto di interessi.

5) Posizione geografica. Oltre che dai francesi, l’Alpe d’Huez è facilmente raggiungibile dai tifosi italiani, visto che si trova a un paio d’ore di auto dal Colle del Monginevro. Proprio per questa sua particolare collocazione, in occasione degli arrivi di tappa la salita si trasforma in un vero e proprio stadio, una babele di idiomi e di bandiere, tanto che da molti è stato definito come il Maracanà del ciclismo.

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I record di scalata

Il record di scalata di Marco Pantani resiste da diciotto anni, dal 1997 anno in cui il romagnolo si arrampicò in 37’35” abbassando di 25” il record fatto registrare nel 1994 (38’ netti) e di 29” il tempo di 38’04” del suo primo successo nel 1995. Soltanto Lance Armstrong è riuscito ad avvicinare le sue performance con i 37’36” della cronoscalata del 2004 e i 38’01” della tappa in linea del 2001. Due risultati inghiottiti dal revisionismo di Usada, Uci E Aso.

Nel 1991 Gianni Bugno vinse dopo essere salito in 39’44” (18esimo tempo di sempre), mentre nella prima ascesa del 1952 Fausto Coppi salì in 45’22”. Greg Lemond e Bernard Hinault nel loro arrivo mano nella mano del 1986 salirono in 48’.

Chi vuole provare a misurarsi su questa salita può farlo individualmente, nelle numerose cronoscalate che vengono organizzate settimanalmente oppure nella Marmotte, la storica Granfondo che si disputa il primo sabato di luglio e che prevede la scalata di Glandon, Télégraphe e Galibier prima dell’ascesa finale.

I cicloamatori più allenati possono salgono in 55-60 minuti ovverosia il ritmo del gruppetto dei velocisti, ma riuscire a chiudere in 1’10” è già un’ottima performance.

Chi scrive ha affrontato la salita in tre occasioni (1997, 2004 e 2010). Non è una salita da sottovalutare e difficilmente ci si diverte se non si hanno almeno 2000-2500 km di allenamento nelle gambe. Ma non bisogna nemmeno farsi scoraggiare dai timori reverenziali che il suo nome evoca. Con un buon allenamento bastano un 39x25 o un 34x23, con un allenamento medio il 34x27.

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