Nuoto, caso di Vicenza: interrogati gli allenatori e la nuotatrice che ha rasato i capelli al bambino

Da giorni tutti parlano del caso di Vicenza quello del nuotatore di undici anni della squadra vicentina del Fumane che, dopo essere stato rasato totalmente (eccezion fatta per una porzione di capelli a croce) come vuole la tradizione della "matricola" prima del suo debutto nelle gare che contano (in questo caso il Meeting di Locarno di maggio), ha raccontato traumatizzato tutto ai genitori, inducendoli a denunciare alla magistratura gli allenatori della società per abuso dei mezzi di correzione e disciplina nei confronti di minori.

Alcuni nuotatori hanno difeso il rito della rasatura, definendolo un gioco (nella foto d'apertura potete vedere cosa hanno combinato a Paltrinieri). Ad esempio il campione europeo dei 1500 Federico Colbertaldo, pur non volendo entrare nel merito del singolo caso, ha detto:

Ribadisco che da giovane ero entusiasta all'idea di essere rasato dal campione Massimiliano Rosolino e di far parte della Squadra Nazionale assoluta di nuoto. La rasatura è un gioco, un rito, e ritengo che come tale deve essere vissuta. Ovviamente non si tratta di una regola, né di una costrizione o di una punizione. Gli atleti sono consapevoli e d'accordo. In caso contrario la rasatura non avviene.

C'è anche chi, dell'ambiente e non, non condivide questa opinione. Hanno condannato un simile gesto, tra gli altri, l'Unicef, il Garante per l'infanzia, l'assessore comunale allo Sport di Vicenza e il presidente provinciale del Coni Umberto Nicolai. I media hanno raccontato per giorni l'accaduto soffermandosi sugli aspetti più plumbei, come "I capelli rasati a zero come gli ebrei" o come la "lezione" che gli istruttori avrebbero dovuto infliggere al proprio atleta.

Ebbene: a rasare i capelli al ragazzino è stata una atleta ventunenne (attenzione: non allenatrice), Giulia Ponzio. Ad ammettere la colpa è stata la nuotatrice, ieri, durante l'interrogatorio:

Sono stata io a rasare la testa del nuotatore con a croce in mezzo. E' accaduto in una camera dell'albergo dove c'erano anche altri ragazzi grandi, il tutto in un ambito rituale e sportivo, deciso in maniera collettiva .. quella croce sulla testa si riferiva alla Svizzera.

Il gesto, dunque, non avrebbe nulla di nazista. Non solo, la ventiseienne Gloria Bacchin, una delle allenatrici denunciate, sostiene che le punizioni che infliggevano erano di altra natura (sportiva):

Esisteva un sistema di disciplina basato su cartellini gialli e rossi, ma le punizioni erano sportive: fare più esercizi addominali, più vasche a delfino, insomma più lavoro fisico. Non certo il taglio dei capelli ... Nessuna lezione punitiva. Non c'era volontà di fare violenza contro nessuno.

La parola passa all'accusa

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Foto | © Getty Images

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