Sandro Donati: "Il doping è meglio mimetizzato rispetto a dieci anni fa"

Sandro Donati

Sandro Donati, allenatore degli sprinter della nazionale di atletica tra il '77 e l'87 e ora consulente della World anti doping agency, è il più strenuo avversario del doping in Italia. Spesso considerato, a torto, una voce isolata e bizzarra, ha evidenziato molti anni prima di chiunque altro le responsabilità dei vertici sportivi nello scarso successo della lotta contro il doping. In questi giorni esce il suo nuovo libro "Lo sport del doping: chi lo subisce e chi lo combatte", la cui stesura è terminata mentre in Italia scoppiava lo scandalo Schwazer. Lo abbiamo intervistato per chiedergli qual è lo stato dell'arte delle pratiche illecite nello sport professionistico di oggi.

Il titolo del suo nuovo libro è "Lo sport del doping", come se lo sport fosse una sotto categoria del doping...

Sì certo, è un gioco di parole con questo senso. Siamo in un vicolo cieco da molti anni. Negli ultimi tempi tutto è ben mimetizzato, in parte per debolezze dei controlli, in parte per la furbizia dei dirigenti sportivi: fino a 10 anni fa era più facile carpire i segni del doping. In alcune specialità sportive è una piaga pressoché totalizzante.

In una recente intervista raccontava che è inutile illudersi: negli sport di forza e resistenza il doping è sicuramente presente. Lo conferma?

Certo, su qualità atletiche più muscolari, più legate alle doti fisiche, i farmaci ormonali hanno un effetto molto potente. Mentre sulle "abilità" come l'equilibrio, la fantasia motoria, la capacità di reazione e anticipazione, che sono caratteristiche più raffinate e dipendono dal cervello, le doti naturali hanno ancora molto peso. In quelle discipline sportive dove contano le doti di abilità, il doping c'è, ma non la fa da padrone.

Parlando del ciclismo, l'ambiente dove ci sono più scandali, il doping è un elemento che ha sempre accompagnato questo sport, anche quando la scienza farmaceutica era molto meno sofisticata?

Sì, il ciclismo è stato sempre così. All'inizio per il suo basso livello culturale; adesso non è più così, il livello culturale è uguale a quello degli altri sport, ma il ciclismo sconta una mentalità tramandata negli anni, che è iniziata con gli stimolanti, come la simpamina. Poi quando sono arrivati gli ormoni, come gli anabolizzanti che sviluppano i muscoli o l'ormone EPO che sviluppa il numero dei globuli rossi, il ciclismo ha fatto proprie queste pratiche. Devo dire che in questo sport c'è l'aggravante dell'opera di alcuni medici che venivano dall'atletica e che hanno contribuito a diffondere l'uso degli ormoni tra i corridori.

Sembra che in Italia, a Ferrara in particolare, siamo specializzati a sfornare guru del doping. E' un nostro triste primato?

Di guru del doping noi ne abbiamo avuti diversi e alcuni sono stati ben "fotografati" dalle indagini giudiziarie, quindi sì ci siamo messi in evidenza, in questo senso; però devo dire per obiettività che negli altri Paesi la situazione non è differente. Forse in Italia siamo stati purtroppo pionieri, ma ora ci sono abili medici dopatori anche negli Stati Uniti, in Germania, in Spagna...

Ecco, la Spagna: negli ultimi dieci anni sono emersi campioni spagnoli in tutti gli sport, dal tennis, al ciclismo, al basket, per non parlare del calcio. L'appassionato sportivo deve essere sospettoso nei confronti dei successi spagnoli?

Tutto il mondo dello sport, non soltanto io che sono sempre stato un "oppositore" in questo senso, sottolinea la non credibilità dei risultati sportivi di molti atleti spagnoli! Anche le indagini giudiziarie fatte dalla Guardia Civil, come l'Operacion Puerto, poi sono state soffocate a livello di intervento della magistratura. Come dire, non lo cambierei il nostro sistema giudiziario, sul tema doping, con quello spagnolo! E' evidente che lì sono intervenuti "poteri forti" che hanno soffocato gli scandali. Gli spagnoli sono bravi a fornire le prove del doping agli altri Paesi quando erano coinvolti ciclistii di quei Paesi, come Ullrich per la Germania o Basso per l'Italia, ma i propri li hanno salvati e poi soprattutto non è affiorato niente su altri sport professionistici che si sapeva che erano coinvolti nell'Operacion Puerto.

Ha parlato di "poteri forti": è un'espressione che fa venire in mente subito l'immagine del "doping di stato" che forse quindi non è un fenomeno legato solo a esperienze del passato come la DDR o i paesi sovietici...

Raramente uso l'espressione "poteri forti", perché non mi piacciono le definizioni generiche, infatti nel mio libro dettaglio in maniera molto precisa: si tratta delle istituzioni sportive e della politica, di tutti i colori e schieramenti. In tutti i Paesi è lo stesso: qualche giorno fa sono stato in Finlandia e quello che ho visto è il solito copione. C'è complicità tra il governo e le massime istituzioni sportive, come se i successi e le medaglie fossero un valore assoluto da coltivare per gli interessi nazionali, indipendentemente da come sono ottenuti. Questo intendo per "poteri forti". Anche in Italia la storia è stata questa, perché la vicenda di Conconi nasce da una complicità tra un'università pubblica e il CONI, con il governo sullo sfondo che faceva l'occhiolino al CONI e a Conconi. Fa un po' ridere che una singola, quasi insignificante persona come me, sia l'unica a sottolineare complicità talmente evidenti da diventare pacchiane, mentre il giornalismo sportivo invece di denunciare, celebrava.

Qual è secondo lei il caso di doping più paradigmatico di sempre? La squalifica di Ben Johnson a Seul '88 o forse lo scandalo Armstrong?

Se andiamo ad analizzarli questi episodi sono cloni: la storia si ripete. Ben Johnson è stato esaltato e poi lasciato solo diventando un simbolo negativo, stessa cosa è successa a Lance Armstrong e ancora a Alex Schwazer. L'atleta prima raggiunge fama e risultati, poi arriva lo scandalo e tutti si fanno indietro e lui rimane emarginato. Non credo che ci sia un episodio più significativo degli altri, quello che va sottolineato è la ripetitività delle storie, che però non insegnano nulla a nessuno, perché il doping resiste.

Schwazer ha detto di essere andato da solo in Turchia a comprarsi l'EPO, dobbiamo credergli?

E' una favoletta per bambini. E' inquietante il fatto che questo ragazzo abbia scelto di assumersi tutte le responsabilità. Gli riconosco il coraggio di fare questa scelta, ma è inaccettabile per tutti noi. E' evidente che la sua storia non comincia all'improvviso, ma è una storia lunga: non ha avuto rapporti solo con Michele Ferrari, ma prima ancora con il maestro di questa generazione di medici, cioè Francesco Conconi e quindi è chiaro che Schwazer abbia scelto la strada di addossarsi ogni responsabilità perché questo gli evita ulteriori guai e gli permette di salvare il salvabile. Dovrebbero essere istituzioni sportive serie ad approfondire, ma si guarderanno bene dal farlo.

Foto | © Getty Images

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