Antropologia dell’Alpinista – la settimana e i suoi eventi

Benvenuti alla terza parte dell'antropologia dell'alpinista. Oggi affrontiamo il rapporto fra alpinista e fluire del tempo.

Se l’arrampicata veramente avvolge ogni vostro lembo di pelle e corpo allora vi renderete conto di quanto particolare sia la vita di coloro che si magnesizzano ogni istante possibile. Il pensiero di dove andare a scalare sorge nel momento esatto in cui, dopo la giornata arrampicatoria, il climber rientra in casa.

Il tempo di dormire una nottata e il lunedì seguente già ragiona su quale meta raggiungere il fine settimana successivo. Inizia a meditare sulla stagione, il mercoledì inizia a scrutare il cielo e 2 o 3 siti di meteorologia, il giovedì partono le prime telefonate ai compagni di avventure, il venerdì, quando possibile si mette in macchina.

Il fine settimana più stancante infatti è quello che vede i due giorni trascorsi in due siti diversi. Il migliore, e non ci sarebbe neanche bisogno di dirlo, è quello in cui il sabato mattina ci si sveglia già alla base della parete, per non salutarla che con il buio di domenica.

Tutto questo senza dimenticare che nel frattempo, almeno 2 giorni della settimana il climber li ha trascorsi chiuso in un luogo di prese artificiali, a strizzare tacche e a tenere svasi. Massacrandosi in estenuanti allenamenti sul Pan gullich che rendono le dita insensibili al dolore, in sessioni di traversi che acciaiano gli avambracci rendendoli ipertrofici.

Ha respirato magnesite e si è cosparso con essa, come in un rito di iniziazione, poiché ogni giorno si “inizia” a nuove sofferenze.

Ma anche durante la settimana l’arrampicatore si distingue tra quello burbero e concentrato sulla sua attività e il very fancazzista, quell’elemento di disturbo che distrae i blocchisti che si allenano, che appena finito di mangiare la pizza per merenda unge le prese su cui poi chiunque rischia di stuccarsi un dito. Farsi male ad un dito, per un very climber, è forse una delle tragedie più grandi che possa vivere.

E poi, a seconda dell’entità del danno, può entrare in una depressione infinita. In questi ultimi anni sta raggiungendo una certa fama la figura dell'osteopata; spesso è anche un ragazzo che arrampica, e conoscendo bene i traumi che si subiscono sia a livello muscolare che articolare, è in grado anche se solo apparentemente di alleviare il dolore e di velocizzare la guarigione.

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